L’abito non fa il monaco, ma fa sicuramente autostima ❤️

Soprattutto se fatto su misura!

Con l’approcciarsi della Festa degli Innamorati, è tempo di dire al mondo quanto è giusto amare prima sé stessə. Grazie ad un abito o senza.

La squadra (fortissimi) di L’agobottega è nata tutta tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta.

Andavamo a scuola con il lettore CD nello zaino e i cartelloni pubblicitari di una Kate Moss agli inizi: pallida, magrissima, con le occhiaie viola, l’incarnato grigio e il corpo androgino senza forme. Ancora non lo sapevamo, ma da quelle immagini e da quell’estetica nascerà poi nel mondo della moda la corrente definita a posteriori “l’era Heroin Chic”.

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Praticamente a chi potevano stare bene la vita bassa, i crop top o gli skinny jeans (che ora stanno tornando di moda, yay) se non ad una persona in evidente dipendenza da stupefacenti? La società però cercava quello e noi di conseguenza trovavamo abbastanza normale che le taglie standard non andassero oltre la 40.

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Se Kate e le altre fotografate lassù su quei cartelloni erano fisicamente in quel modo, noi e le altre quaggiù obbligate dalla nonna a fare almeno tre pasti al giorno, eravamo decisamente fuori taglia.

Negli stessi anni arrivarono poi diverse altre botte di autostima.

Le sopracciglia finissime, per esempio, che qualcunə decideva di rasare del tutto per poi ridisegnarle a matita. Spesso erano accompagnate a delle labbra truccate di rosso e rigorosamente contornate di una matita di tonalità più scura. Risultato? Stessa espressività facciale di Joker, nemico storico di Batman.

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Una menzione speciale la facciamo anche ai capelli con le meches “impreziositi” di milioni di mollettine colorate a forma di farfalla. Se glitterate, decisamente meglio.

E dal momento che per arrivare ad una famigerata taglia 38 non era permesso mangiare carboidrati, ci si accontentava del sapore plastico del lucidalabbra gloss panna e fragola.

A questo punto non si sa come siamo arrivate a trent’anni (e oltre). Ma fortuna vuole che sopravvivere fino ad oggi ci ha permesso di scrivervi queste righe che a noi, con il passare degli anni sono servite.

Quindi, come si fa a volersi bene, amarsi addirittura?

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Non è stato semplicissimo, ma ad un certo punto abbiamo capito.

Ci sono voluti diversi articoli settoriali, TED talks, un paio di anni difficili senza terapia, un altro paio sempre comunque difficili con la terapia ma sembra che ci siamo e che la chiave sia (paradossalmente) solo una: arrivare ad un certo punto ad accettarsi.

Tutto qui.

Prego.

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E se stai per risponderci, GRAZIE TANTE, sappi che l’abbiamo pensato anche noi una volta realizzato.

Ma cerchiamo di andare più in profondità, abbiate fiducia.

Il primo (importantissimo) step verso l’accettazione è stato quando ci siamo rese conto che non era necessario che seguissimo le taglie standard e che indossassimo quello che gli altri indossavano.

Una volta deciso di dedicare parte della nostra vita a cucire, abbiamo preso in mano dei cartamodelli fatti esclusivamente con e per le nostre misure e di conseguenza eliminato tutta la pressione sociale del rientrare in una 36, 38, 40….

Impossibile raggiungere LO standard, quando LA TAGLIA STANDARD non esiste.

Nel nostro team per esempio siamo in tre e Francesca ha la vita stretta, ma Michela no. Michela però ha le spalle strutturate, cosa che manca a Sara, che ha le gambe asciutte. Sara è leggermente più alta di Francesca, che è più bassa di Michela che non si sa come ha le braccia più lunghe non solo delle altre due ma di tutti gli esseri viventi presenti sulla Terra (su di lei le maniche sono sempre troppo corte, incredibile).

Michela, Francesca e Sara hanno amicə con i fianchi più larghi dei loro, che hanno amicə con le braccia toniche, che hanno amicə con i seni piccoli che ne hanno altrə con il collo lungo o altrə che sono senza collo.

Quello che sta bene ad unə, è NORMALE che non abbia lo stesso effetto sull’altrə, come è normale non ci si senta accettabili se quello che indossiamo (ciò che Michela ha ribattezzato  “la nostra armatura sicura” che ci permette di combattere di petto le giornate) non ci fa sentire per niente tali.

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Sapete cos’è la menata però?

Che provare amore per sé stessi è paradossalmente un viaggio, più che una destinazione.

Non capita che una mattina ci si alza e si dice pazzesco da oggi in poi mi stimo alla follia. È un po’ come nelle relazioni a lungo termine: richiede impegno costante, perseveranza, momenti di accettazione e momenti neutri.

Un giorno posso pensare che mi sento bene nella mia pelle, il giorno dopo volersela strappare di dosso. Come abbiamo scritto all’inizio, si torna sempre al punto di partenza: è tutta principalmente una questione di accettazione, da fare con calma un passo alla volta, un giorno dopo l’altro.

E quando ci partono i cinque minuti di crisi, forse ci può aiutare pensare a questo: avete mai fatto caso che siamo più clementi con gli errori e le imperfezioni degli altri, che con i nostri?

Mentre da noi esigiamo il meglio, la perfezione non è un prerequisito che ci aspettiamo da chi ci sta intorno. Amiamo incondizionatamente qualcunə nonostante i suoi difetti, ma siamo lə primə a disdegnare i nostri.

Beh ma allora? Così non va.

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Questo San Valentino ci teniamo a farvi un regalo, simbolico, ma che speriamo diventi importante nel vostro cammino di accettazione di voi stessə.

Per caso un giorno abbiamo letto di come gli studenti giapponesi dichiarino il loro amore ad un’altra persona scucendo e regalando il secondo bottone della loro uniforme, perché è quello più vicino al cuore.

Nei mesi successivi abbiamo allora cercato nei mercatini più disparati i bottoni vintage più belli e li abbiamo incartati in una busta origami, fatta da noi, insieme al filo necessario per attaccarli dove vorrete. Sulla giacca, sul pigiama, sui calzini, sulla manica della felpa, sulla manica della felpa di qualcun altrə…. le possibilità sono infinite.

Sappiate però che non troverete l’ago, perché i superstiziosi (quindi anche noi, e​hi ciao!) dicono che non si regalano oggetti appuntiti in quanto sinonimo di sfortuna ed eventi dolorosi, che pungono appunto. E questo ovviamente noi NON lo vogliamo.

Pensate a questo bottone di L’agobottega come ad un piccolo grande pegno d’amore da noi a voi, una promessa che fate a voi stessə: è tempo di dire al mondo quanto è giusto amare prima sé stessə, per stare di conseguenza davvero bene con gli altri.

Noi l’abbiamo (finalmente) capito grazie all’autostima di un abito.

Questo weekend da venerdì 10 febbraio fino a San Valentino passa da L’agobottega, in via Mirolte 4 a Iseo (BS), ti aspettiamo per ritirare il tuo pegno d’amore e accettazione!

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